Mi piace sentire il silenzio della foresta che cresce…
Wednesday October 20th 2021

Bonum certamen certavi…

Bonum certamen certavi, Cursum consummavi, Fidem servavi.
Ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.

E’ un pezzo tratto dal Nuovo testamento, Atti degli Apostoli 2Tm 4,7.
Timoteo, convertitosi al Cristianesimo, fu spesso compagno di San Paolo nei suoi viaggi apostolici. Si ritiene sia stata scritta attorno all’anno 67 durante la seconda prigionia a Roma e poco prima che San Paolo venisse martirizzato. Con l’espressione “bonum certamen certavi cursum consummavi fidem servavi”, San Paolo esprime tutta la sua fiducia nel Signore che, giusto giudice, saprà ricompensarlo.

Credo di aver fatto quanto dovevo per il mio impegno politico a Bovolone. Mentre la scorsa tormata elettorale, sfiduciato, mi sono volontariamente assentato dalla competizione e forse, anche per colpa mia, il mio paese si trova nelle condizioni in cui è, ora credo di aver dato corpo, dopo l’esperienza culturale dell’associazione Liber@mente, ad una impresa che può permettere a Bovolone di uscire dal medioevo amministrativo.

Ospedale e ospedali…

    Mi è ritornato in mano un articolo letto e raccolto in un ospedale ormai un paio di anni fà. Credo sia ancora talmente attuale che lo ripropongo a tutti voi per una lettura ed una meditazione.

    Ospedale ospedali

    L’Ospedale non esiste, esistono gli ospedali, ciascuno diverso da tutti gli altri perché diverse sono le strutture e soprattutto le persone che lo fanno. Il “fattore umano” (a volte, disgraziatamente, disumano) conta molto più che altrove, fa la differenza. Perché, retorica permettendo, l’Ospedale è il luogo della vita e della morte, la quintessenza del mondo, e nessuno mai neppure per un minuto dovrebbe dimenticarlo, nessuno fra i tanti che vi entrano in camice o con il pigiama nel borsone, timbrando il cartellino oppure consegnando se stessi. La vita, la morte.
    E impossibile parlare dell’Ospedale senza parlare degli ospedali che si sono conosciuti, senza lasciare che riaffiorino le esperienze. Mia madre è morta per la criminale negligenza di un ospedale, mio figlio è nato (è nato bene, nonostante le complicazioni) grazie all’amorevole soccorso di un altro ospedale. Sono i dettagli a decidere la vita e la morte: come nel mondo, più che nel mondo.
    Lei, signora di una certa età e di una certa fragilità, ha scelto proprio quell’ospedale per un banale, fatale dettaglio: perché lì avrebbe avuto una camera tutta per sé. E entrata con un disturbo tutt’altro che mortale, poi però niente visite, analisi e diagnosi non fatte, protocolli non rispettati, giorni di dolori sempre più forti e trascurati, necrosi, un’inutile operazione in extremis, cartella clinica sbianchettata e contraffatta. Ricordo i dettagli: la telefonata sgarbata; la dentiera buttata nel cestino della carta straccia, senza pudore; l’infermiere che fumando, davanti alla rianimazione (fumando, sulla porta della rianimazione!) mi dice “no, non può vederla perché non c’è un dottore” (non c’era un dottore, in rianimazione!).
    Non l’ho più vista. Dopo tanti anni, a reati ormai prescritti, quell’ospedale c’è ancora, quei dottori sono ancora lì. Mio figlio, il primo, è nato con settimane di anticipo in una notte di troppe emergenze e troppi parti, per quel piccolo reparto maternità in quel piccolo ospedale di provincia.
    Nonostante la concitazione, nonostante le gravi complicazioni, ricordo i dettagli: la carezza del medico, lo sfilare delicato della camicia da notte “per non sciuparla” mentre mi portavano in sala operatoria, i controlli amorevoli sul neonato, le rassicurazioni. Nessuna telefonata sgarbata: all’alba, finito il turno infernale, un’infermiera andò di persona a casa dei miei ad annunciare che era nato il nipote. Quel reparto maternità è stato chiuso, quei medici e quelle infermiere non so più dove siano.
    L’Ospedale non esiste, per me esistono quei due ospedali, l’umano e il disumano, il solerte e lo sciatto, il tenero e l’insolente, quello che non c’è più e quello che c’è ancora.

    Scritto da Giovanna Zucconi, scrive per L’espresso e La stampa.
    (Tratto dal periodico gratuito della ULSS 18 Veneto)

    Parole sante…

    Passiamo molto tempo sul luogo di lavoro, dunque non ci deve stupire che la tendenza alla ricerca del benessere sia arrivata anche negli uffici. Il primo passo verso l’ufficio ideale è la cura dello spazio. Si passa dalla visione from in to out (dall’interno all’esterno dell’edificio), che deve permettere la percezione dello spazio esterno, all’illuminazione, che non deve essere solo funzionale alla produttività, ma anche emozionale, attraverso un uso sapiente del colore. La moda degli open space sembra essere finita: il modello prevalente fino a qualche anno fa è passato dal 70% degli spazi di lavoro al 30% attuale. La soluzione maggiormente diffusa al giorno d’oggi è la creazione di spazi nuovi per la socializzazione, quali aree break e sale per il lavoro in team. Gli spazi privati sono divisi da pannelli di vetro, che distribuiscono lo spazio, garantiscono la privacy e il silenzio necessario a chi lavora, permettendo al contempo di non essere esclusi dall’ambiente. L’ufficio ideale è dunque un luogo che favorisce la creatività e va incontro alle esigenze delle persone, uno spazio che prevede aree libere e di relax. La qualità dell’ambiente dipende anche dalla qualità dell’aria, che in molti ambienti di lavoro è insoddisfacente. I maggiori problemi sono legati alla diffusione dei batteri da parte degli impianti di condizionamento e alle polveri emesse dalle stampanti. Altri elementi che influiscono sulla qualità dell’ambiente sono l’inquinamento acustico e il dosaggio della luce, che dovrebbe essere variabile durante il giorno come la luce solare. L’importanza della luce è spesso sottovalutata, ma può provocare affaticamento della vista, calo di concentrazione e lacrimazione.
    Da “Job24” de “Il Sole 24 Ore” di mercoledì 11 aprile 2007 di Andrea Carli

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